La foto del neonato nonmorto.

Nell’immensa tragedia della migrazione disperata dei popoli del Sud del mondo verso quello che per loro è per forza di cose un mondo migliore, e cioè il lembo di terra che ingiustamente chiamiamo nostro, noi cittadini fintamente minacciati da questi flussi umani nel nostro stesso status di cittadini, siamo anche, e soprattutto, spettatori, user, fruitori di storie.

E produciamo clic e visualizzazioni guardando i reperti che ci arrivano dai luoghi dell’azione. Video, foto, pezzi di racconto reale che sbirciamo dai nostri device, nelle nostre case, nelle nostre vie e città relativamente asciutte.

Ma pensiamo a noi, mentre guardiamo loro, mi dico. I meccanismi di fruizione sono quelli egoistici dell’intrattenimento. L’informazione è intrattenimento, mi ripeto quando scorro le immagini dei vivi e dei morti.

In questa foto l’uomo impugna il bambino con due rosse mani inguantate, acqua intorno a loro e su di loro e davanti a loro in forma di pioggia o schizzi di flutti, e poi proprio al centro, scintillante, c’è il simbolo del salvataggio, la ciambella arancione. Un’immagine perfetta, completa. Una narrazione totale che mi soddisfa appieno e anzi mi invoglia a guardare il secondo episodio.

Il bambino è vivo. Il bambino è morto. Il bambino è stato salvato oppure è già la salma di un bambino e allora viene semplicemente recuperata. È qui tutta la storia, il totale del racconto. La puntata pilota di questa cosa inaspettata che ho davanti, questa storia non annunciata, niente promo, nessuna cartellonistica, non c’erano banner e non ci sono stati spot.

Scorrevo le homepage dei siti di informazione. Tutti usavano questa stessa foto per annunciare l’episodio di Ceuta. Il bambino è morto, mi dicevo. Oppure è stato salvato. Ma no, no: è morto, non può essere vivo. E intanto tutti i naufragi e i salvataggi, tutti i flussi e i perché e i percome e soprattutto i respingimenti (questa sarebbe la vera storia) scomparivano. Via ogni altra vittima o sopravvissuto e via il problema della migrazione nel suo totale. L’intera storia con la esse maiuscola della tragedia dei migranti (qui respinti) convergeva nel dramma di vita e morte del neonato, in un suo semplice subplot.

Ed è per sapere se è già cadavere oppure è ancora vivo che clicco per gli approfondimenti. Io stesso sono la mia esca, la mia pulsione a trovare soddisfazione nel resto di questo racconto breve, perché mi serve un climax, una catarsi, perché io sto escogitando la mia inner-story, e quindi proprio io sto alimentando il clickbait, lo sto edificando dentro di me. Certo non dalle fondamenta, mi dico. Certo chi posta la foto in homepage sa che gli spettatori, i cittadini, gli user saranno portati a voler voltare la pagina per conoscere il destino del neonato nonmorto, perché la grande storia dei migranti (e dei respingimenti) non è così appassionante come il singolo dramma di questo piccolo essere umano. Come se gli altri in fondo non esistessero nemmeno. Come se non fosse una cosa politica, ma un episodio di cronaca. L’amo è loro. Non è il mio. Certo. E io eccomi qua che abbocco all’amo, come da copione. Ma so di non essere una semplice vittima. Perché in fondo voglio una narrazione precisa, fatta e completa di inizio e centro e fine. E l’intero flusso migratorio, allora, i morti e vivi coinvolti, i respinti e gli accolti nella rete geopolitica, gli accordi tra nazioni e continenti, gli esseri umani usati come bomba sociale lanciati contro altri esseri umani che tremano per la minaccia al loro status di cittadini –– tutto questo scompare.

Il bambino è vivo, mi dico. Il bambino è morto, ne sono sicuro.

Il bambino è la storia e il suo salvataggio vale forse la delusione di una tragedia mancata, visto che alla fine sopravvive. Ma bisogna voltare pagina per conoscere la verità. Bisognerebbe proprio voltare pagina, mi dico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.