E forse un po’ di pace tornerà.

Massimo Carlotto cala una mano pesante, pesantissima, sulla valle disincantata che racconta e di cui scrive, e anche lui te lo vedi che se ne sta seduto da qualche parte, in questa zona che conosce a menadito, ospite di un piccolo hotel o seduto in un microscopico bar, a gustarsi un cocktail mentre imposta questa cartolina insanguinata che indirizza al lettore.

Poi quella mano posata sulla valle all’improvviso si abbassa, e pian piano comincia a schiacciare tutto, in un moto che potremmo definire staffetta del conflitto, quella cioè tra le sue creature – che si passano un testimone delittuoso – ma che soprattutto origina da lui medesimo, uomo e scrittore: ama i suoi personaggi, e li tratta da compaesani, ma cinicamente li tortura fino alla fine (come solo un vero compaesano farebbe), perché li denuda e spolpa e disossa, li svuota di tutto e poi li rimette al mondo persino quando gli suona la marcia funebre, e la stessa operazione di scomposizione la applica al genere, dislocando il noir, sconvolgendone con apparente semplicità (quindi con sapienza) l’assetto classico.

Per Scerbanenco lovers di ogni latitudine, perché da Sud a Nord ogni paesano infelice (non) è infelice a modo suo.

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