L’ombra lunga dello sciacallo: ritratto dell’uomo delle macerie

Lo sciacallo siamo noi?, ci chiederemmo, beh, la risposta è sì, perché nella pestilenza e nella carestia trafughiamo storie e ci nutriamo di esse, le ascoltiamo, le rimbalziamo, le commentiamo e le scriviamo (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa), e le sottraiamo ai dormienti e agli assenti, ai morti e ai sopravvissuti, quindi lo sciacallo sì, siamo noi, non c’è alcun dubbio, ma noi però siamo assenza, siamo relegati al buio dello spettatore sugli spalti, non facciamo testo e non scriviamo la Storia, si potrebbe dire, e le presenze che si stagliano tra le macerie, quelle illuminate, quelle che saltano all’occhio sono altre: Mattarella ingobbito tra le rovine, ad esempio, è un’immagine topica, è sì una figura necessaria, confortevole, precisa, giusta come solo lo Stato sa essere nelle occasioni di comunità, con i suoi silenzi e la solennità delle sue passeggiate di presa visione (camminate dritte in carta bollata), adeguatamente circondato dalla scorta armata insieme agli scavatori sbracciati e vilipesi, lo sguardo severo, forse –– o forse no: chi può dire quale sia il pensiero sincero di questo meditabondo Presidente? ––, ma è anche figura naturalistica, il leone che sbadiglia adagiato di pancia sulla prateria, la gazza in cima al palo della luce che scruta l’orizzonte, lo sciacallo che guarda in macchina da dietro una spalla, e completamente e perfettamente inserito nel contesto del rudere pare che questo professorino sciasciano sia negli ultimi trent’anni sempre stato lì, dimenticato da qualche parte in una teca nel buio museo di biologia, e adesso per l’occasione è risorto dai tufi, con quel suo tipico abbigliamento/portamento da vecchio preside di liceo classico in attivo negli anni Novanta, quel po’ di sabbia sul completo che non guasta affatto nel polverone generale, il celibato di cui tutti ormai parlano in paese –– è vedovo, nella reale realtà, ma poco importa, qui ––, il ghiotto celibato messo a rischio dalle donne che si appendono disperate al suo corpo mummificato e che fanno tremare i cameraman, temere per un ulteriore imminente crollo, anche se chi ha l’occhio lungo non porta paura perché lui rappresenta istituzioni millenarie, reggerà, reggerà come ha retto la torre dell’orologio, scortati l’uno e l’altra dalle necessarie buone intenzioni dei momenti miliari, quelle buone intenzioni che sono sulla bocca di tutti in questi giorni di cordoglio e commozione e che accomunano bestie e uomini, contadini e prefetti, attivisti e socialpostatori, il cane cocker tra le bare, inseparabile dal padrone defunto e inseparato per l’eternità dalle immagini che lo hanno –– lui sì, immortalato –– e i vigili del fuoco, tutti uniti dal cordoglio e dalla commozione, appunto, che sono la materia che regge le torri della comunità ma anche quella di cui si compongono i piccoli gesti, uno su tutti la lettera di un vigile alla bimba morta che non è riuscito a salvare, un manufatto che porta nella sua estrema semplicità un tentativo di poesia e la spontaneità di un pensiero di basico dolore («sei il mio/nostro angelo», ciao invece di addio, un cuoricino alla fine accanto alla firma a vergare il testo) una spontaneità che viene però di quando in quando insidiata dagli a capo frequenti che tradiscono forse un tentativo di artificio, e che forse sono quasi una confessione, la voglia matta e selfiesh che ci prende a tutti di sollevare la testa tra i tanti scavatori di braccia e parole, l’ennesima tentazione di eXistenz al tempo dei social che tutto travolge, e forse è perché dalle macerie si tira fuori solo esistenza, e in fondo quella si cerca (l’altrui, la propria, quella passata o quella che verrà), o a non pensar male (sempre a pensar male, maledizione, sempre pieni di IODIO) più semplicemente nella letterina non ci sono reali artifici e nessuno componendola ha pensato a quando le telecamere avrebbero posato il loro occhiaccio cattivo sul foglietto di carta adagiato sulla piccina bara bianca, e l’organizzazione della pagina in quel pezzo di carta vuole essere, sempre e di nuovo, solo un modo inconscio di riprodurre l’immagine mentale che chi l’ha composta conserva del post di Facebook (spesso le cose che riguardano i nostri cari hanno sul social network uno sviluppo verticale, che in parte è idea-di-poesia, appunto, ma che è assolutamente epitaffio, e il post in questi casi assume la prestanza di una pietra tombale [domande correlate, in parte morbose: l’ha scritta lui? È quella la grafia di un pompiere adulto? Com’è la grafia di un pompiere adulto? Il cuoricino, croce e delizia, è la riproduzione autografa di un emoji o è frutto di un’abitudine personale di Andrea, che quando lascia le cose scritte sul tavolo della cucina alla moglie o al compagno usa accompagnare il proprio nome con un’icona?]) e intanto la «sorellina» –– non «sorella», diminuire e/o sminuire ormai è una regola base del giornalismo che deve commuovere –– intanto la sorella è viva e vivisezionata, lei e anche il suo personale racconto subìto, coatto, indotto, perché anche se nulla ha e nulla ha detto, esattamente come chi non ha nulla perché tutto ha perso pur scampando alla morte nella catastrofe e proprio perché è scampata alla morte nella catastrofe, ha in realtà a disposizione, consapevole o inconsapevole che sia, la più potente delle merci da vendere, la propria storia, il racconto, la più forte delle avventure da raccontare, forse pure da farsi trafugare intanto che è assente di corpo o di mente, e mentre i tablet, gli smartphone, le telecamere e i microfoni lanciano la loro lenza nel lago tiepido della sonnecchiante terra della cronaca che è stata ben smossa, e il leone se ne sta tranquillo con la pancia sulla prateria, e la gazza scruta l’orizzonte dal palo della luce, e lo sciacallo guarda nell’obiettivo del fotografo da dietro una spalla, e tutti giù a partecipare al terremoto come meglio si può (imperdibile l’immagine di una tal Federica Torti che regge in posa plastica l’arcata di una porta mentre nel testo del post di Facebook descrive come ci si salva dal cataclisma «di magnitudo 6,0» –– ah, umanità, io ti amo!), un uomo viene colto con un cacciavite mentre si aggira tra le case crollate, avrà avuto la faccia del sonnambulo, avrà guardato il cacciavite stretto nella sua mano dopo essersi accorto che i suoi interlocutori lo osservavano con sospetto, e «Che ci fai, qui, con questo coso in mano?», gli avranno chiesto i Carabinieri, e «Boh, che ne so, che ci faccio qui con questo coso in mano?», avrà risposto lui, e «Chi sei?», gli avranno chiesto loro, e «Appunto, chi sono, io, brigadiere?», avrà detto, «Me lo dica lei, la prego: chi cazzo sono?», e il brigadiere avrà risposto «Uno sciacallo, sei», poi guardandolo meglio e con l’accento che ancora gli risuonava nelle orecchie gli avrà ribadito «Uno sciacallo forte e chiaro, sei tu, finalmente», e i due saranno rimasti un attimo in silenzio, e lo sciacallo avrà sorriso, adesso sollevato dalla faticosa ricerca di esistenza dallo sguardo severo del Carabiniere, e alla fine il brigadiere prendendolo per un braccio gli avrà detto «Vieni con me, sciacallo, abbiamo un disperato bisogno di te»–––––

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