La post-verità ci renderà post-liberi: è solo una questione di filtro

È solo una sensazione, okay, ma c’è la possibilità che la costruzione della nostra privata post-verità cominci con il gesto compulsivo della color correction, la modificazione del fatto (l’immagine in sé) attraverso i filtri presettati dei cellulari al fine di rendere più belle, più accattivanti, più interessanti le foto banali di una vita banale composta di fatti per l’appunto banali (compleanni, cene, serate in discoteca, passeggiate con gli amici, viaggi in luoghi in cui tutti o quasi sono già stati o in cui per sfortuna inciampiamo nella giornata nuvolosa nonostante i denari investiti), e volendo fare un passo indietro la post-verità in generale è certo nipote dei totalitarismi (e possiamo quindi scomodare Orwell e l’aggiustamento dei registri storici per aggiornare la Storia all’ultima Storia comunicata e conosciuta, e poi certo l’URSS, e i regimi e tutto il resto e okay, questo è assolutamente vero, e ancor più vero tutto ciò appare sotto la luce del paradossale e opprimente realismo imposto da quasi ogni regime e specialmente da quelli di matrice comunista e sempre okay, ragazzi, va bene, okay), ma la sensazione che gira in testa come gira la mosca sopra la testa è che la post-verità di oggi sia anche e soprattutto figlia (certo dell’imposizione ammorbante di un realismo sinottico) anche di qualcosa che potremmo definire, azzardando un po’, realitismo, una perversa commistione di realismo e reality, e cioè una specie di enorme campo della comunicazione connotato da informazione e intrattenimento in cui il fruitore di qualsiasi racconto ivi prodotto implicitamente accetta che la realtà enunciata è stata modificata ai fini di una narrazione più accattivante (e in mezzo ci metterei anche il fatidico pezzo di carne [viva, morta] dato in pasto ai leoni della savana perché succeda qualcosa nei tempi e nei modi di produzione del documentario), e quindi in fondo della cultura del reality (che altro non è il reality se non una forma di realismo sinottico opprimente, imposto e spesso reclusivo?), delle modalità della docu-soap dal reality ereditate, dei modi sempre più reality del sempre più diffuso giornalismo “aggiustato”, un giornalismo sistemato e montato e selezionato e imbellettato perché la storia (e la Storia di cui farnetica Grillo senza saperlo –– avvisatelo voi) perché la storia giri e giri meglio, e del reportage con in cui si sceglie l’operaio “parlante” o la disabile “bella” o almeno uno con una faccia interessante e “che dica qualcosa” (una di quelle facce che bucano lo schermo, insomma) perché muove dalla consapevolezza sempre più stringente che come accade per la passeggiata e la festa e la seratina in discoteca, il fatto raccontato, il fatto di per sé, è troppo spesso banale e già sentito (l’America che fa la guerra per fare la guerra o per il petrolio o per distogliere l’attenzione dalla politica interna [dipende a quale corrente del complotto siete affezionati], per fare l’esempio degli appassionati che vivono come illuminante e post-veritiera la questione Bush vs Iraq ma che probabilmente si sono persi per strada il restante 99% della storia USA del secondo dopoguerra, una storia ben radicata su post-verità post-nucleari post-spaziali post-terroristiche e post-chi-più-ne-ha-più-ne-metta), e dunque il fatto è banale per chi lo racconta ma anche (e qui c’è lo scatto che porta la post-verità odierna oltre i totalitarismi) è banale per chi se lo fa raccontare, che appunto allora è più portato a soffermarsi su una bella faccia con poca storia che su una faccia insignificante con una mezza storia (culi + tette = rulez, signori), e allora la post-verità comincia dalla connivenza di chi vuol sentire cose sempre più drogate (facce più facce ed emozioni più emozionanti [e potremmo poi aggiungere che la connivenza è aggravata dal fatto che verificare l’accaduto o il presumibilmente-accaduto è altrettanto semplice che acquisirlo come pura verità, bastano insomma un paio di clic, ma evidentemente non si vuol sapere quel che già si sa, si vuol sapere quella stessa cosa in maniera più “colorita”, proprio come una smunta foto appena scattata di una serata smunta con i soliti vecchi amici che viene rinvigorita con un bell’effetto Chrome di iPhone]), che è un po’ insomma ancora quello che si fa di-sé e con-sé apportando compulsivamente la color correction nelle foto subito dopo averle scattate (facce più facce ed emozioni più emozionanti), ma che si fa anche, e lo sappiamo e usa da un bel po’ di tempo, in generale con il mondo umano che si comunica, e che si racconta quotidianamente attraverso l’aggiustamento dei propri confini estetici, carnali, organici (la chirurgia plastica, l’accanimento terapeutico, le cure per sconfiggere/evitare/scongiurare la morte-cancro o la morte-e-basta, cure per la vita media oltre la vita media, in un tentativo costante di superare il medio, la medità, forse anche quel senso di malinconica mediocrità che acquisisce una potenza via via più impressionante man mano che il tempo va esaurendosi), e allora quindi perché non bucare anche i confini ideologici o, meglio, perché non bucarli più fortemente e più a fondo (ripetendo che nonc’ènulladinuovosottoilsole, nonc’ènulladinuovosottoilsole, nonc’ènulladinuovosottoilsole)? A chi gliene frega qualcosa della verità se possiamo scegliere qualcosa che è migliore adesso (facce più facce ed emozioni più emozionanti), e addirittura modificarlo, mutarlo, cambiarlo infinite volte e quindi aggiustarlo, no, anzi, meglio, aggiornarlo all’umore, alla sensazione, all’intensità della luce del sole o dell’emozione o in base all’intensità stessa della verità e forse addirittura della vita che si sta vivendo?

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

0 comments on “La post-verità ci renderà post-liberi: è solo una questione di filtroAdd yours →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *