Grigio con brio: di bambini bombardati di bambini

E così in pochi giorni l’immagine del bambino bombardato di Aleppo si è sbiadita, e questa figura perfettamente caotica, confusionaria, rappresentazione dell’implosione di un palazzo intorno al corpo di un civile, il parto stesso della guerra, del conflitto transnazionale, della lotta al terrorismo o di quello che è –– l’immagine di un piccolo supereroe generato dalla deflagrazione, mascherato con il suo stesso sangue proprio all’altezza degli occhi con i medesimi rombi dietro cui si nascondono gli sguardi furbi di Spider-Man o Deadpool o di Gene Simmons dei Kiss ––, una figura grigia e polverosa che si stagliava con sospetta perfezione pubblicitaria nel gioco di contrasto con l’ambiente invece così pulito dell’ambulanza, tutto bianco e arancio, freddo di luce al led, prodigioso veicolo che illumina la notte neanche fosse la grotta del bambinello, è andata (o meglio tornata) a far compagnia alle caterve visive che solitamente rimpinguano il bombardamento privato, quello quotidiano, e cioè in mezzo a qualsiasi altro oggetto dell’Internet che nutre l’immaginario comune: lo zaino grigio di materiale prodigioso che viene aggredito a colpi di pistola all’inizio del video promozionale, le suore altrettanto grigie dell’«allora le suore?!?» nella querelle burkini, i grigi argenti dei nostri olimpionici ultracomunicati dai nuovi cloni dell’Istituto Luce (il cui compito primario pare sia di sottolineare tutte le noiosissime e spiacevoli dichiarazioni d’amore dentro quelle squallide palestre bombardate di musica commerciale, sempre per fare tutto sotto gli occhi di tutti, ogni gesto coscienziosamente mutilato della dolcezza privata del dirsi «ti amo» o qualcosa che gli assomigli [farlo in solitudine lo priverebbe di senso, no?]), e così il bambino eroe e suo fratello morto (chi-l’ha-visto-?-dunque-chi-se-ne-frega-?) è ritornato miracolosamente tra le immondizie che si trovano in spiaggia, al grigiore diffuso che si nasconde nelle foto dei vacanzieri e di chi si lamenta dei vacanzieri e delle loro comuni delebilissime memorie che provengono dai quattro posti in cui sembrano essere tutti stipati in questi giorni, e si fonde quindi agli zaini indistruttibili, ai migranti, al calciomercato, alla figa, al referendum, all’Election Day americano, alla scomparsa di Nina Moric e a tutte le foto degli esseri umani comuni che man mano che la stagione si fa “alta” panoramicano sempre più verso l’orizzonte (una volta tanto si preferisce il largo allo stretto e addirittura si fa il fioretto di rinunciare al selfie, ma solo al fine di evitare la rappresentazione dell’ammasso dei corpi e quindi la più totale assenza di esclusività, per cercare alla meglio di scongiurare la confessione volontaria del proprio status di poveraccio), e ci si mette pronti e compassionevoli in attesa della prossima immagine simbolo che riempia di contrasto gli occhi; e sarà comunque una donna o un bambino, e saranno in ogni caso gli arabi, i cattivi, e entrando/uscendo dallo stantio grigiore a cui tutti sono immancabilmente sottoposti giorno dopo giorno, impegnati a vedere che si dice in giro e per nulla attenti a cosa ci dice la testa, saremo di nuovo colpiti dalla prossima epifania che ci invita-a-riflettere, visto che senza invito, praticamente, non viene fatto di pensare a tutto quello che ci circonda che è evidentemente e soltanto una generica allegria del grigio o poco più–––––

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